sabato 25 luglio 2015

La scuola pitagorica... pillole di filosofia!

                                                 La scuola pitagorica
                                     (qualche breve idea in pillole di filosofia!)

Si intende qui, con questo umile e breve contributo, fornire qualche indicazione di massima su quella che fu denominata come "scuola pitagorica" il cui esponente più noto fu, per l'appunto, Pitagora. 

In ogni caso non solo e non tanto di questo filosofo si vuol parlare, quanto di quello che, nel suo insieme, rappresentò la scuola pitagorica in quanto esempio di grande solidità ed uniformità di pensiero della scuola stessa.

All'inizio si costituì come un'organizzazione in cui si faceva segreto di ciò che veniva studiato ed investigato all'interno e questo contribuì a conferirle quell'aura di mistero e di società iniziatica che indubbiamente anche fu.

Ed in effetti vi era una vera e propria gerarchia che portava dagli uditori, agli iniziati a coloro che, a tutti gli effetti, potevano davvero considerarsi rappresentanti ufficiali di tale scuola.

A mano, a mano che si scalava questa gerarchia conoscitiva si approdava a misteri più elaborati e sofisticati. La regola che permaneva sempre era quella della segretezza nei riguardi di chi non vi faceva parte.

Ma fu anche, e soprattutto, un'associazione culturale, aperta ad un certo punto anche alle donne, fatto davvero più unico che raro per i tempi.

I suoi rappresentanti più autorevoli e carismatici furono Pitagora, Filolao ed Archita.

Pitagora era fuggito dalla Grecia, da Samo, città di cui era originario per riparare in Magna Grecia, a causa delle condizioni politiche avverse.

In Magna Grecia incominciò ad operare nella città di Crotone che prima entrò in rotta di collisione, sempre per motivi politici, con Sibari che sconfisse, ma poi il destino prese una piega diversa e la stessa Crotone fu devastata da un'insurrezione democratica.

Questa situazione portò Pitagora a trasferirsi prima a Locri, poi a Metaponto ove morì.

I pitagorici dovevano, come si è detto, mantenere il segreto su quanto veniva scoperto durante le attività intellettuali della scuola che incentravano principalmente il pensiero sul concetto di armonia che veniva ravvisato nel numero.

Dallo studio dei numeri si potevano evincere, infatti, i principi che sottendono alle attività ed alle manifestazioni nel fenomenico, come pure si potevano comprendere i principi primi da cui promana ogni effetto concreto.

In questo modo riuscivano a risolvere in unità scienza e magia come mai prima di allora era stato fatto.

Venivano conferiti anche significati particolari ai numeri, come ad esempio al numero 10 che era visto come perfetto.

Molta importanza attribuivano poi al concetto di "quadrato di un numero" ed al concetto inversamente proporzionale di un numero come la "radice quadrata", in rapporto al numero stesso di riferimento.

Cosicchè numeri come il 2, 4, 6, 8, ... assumevano, per questa duplice valenza, un'attenzione particolare realtivamente alla loro significanza per la comprensione del grande libro dell'Universo, retto, evidentemente, da una logica matematica e rigorosa!

La stessa musica, per i suoi fondamenti matematici, assunse un'importanza senza pari così come pure le singole discipline il cui linguaggio era quello universale dei numeri come la geometria, la matematica, l'astronomia, e via elencando...

E, grande importanza, va da sè, veniva ovviamente tributata a chi si occupava di queste discipline ed aveva a che fare con la matematica pura.

I numeri rappresentavano, per dir così, l'essenza per poter comprendere ogni cosa. Necessario e fondamentale era però comprendere anche i rapporti che potevano essere instaurati tra le singole cose, ovverossia tra i numeri.

Solo da un corretto sistema di rapporti tra le cose, e quindi tra i numeri, si sarebbe creato quel sistema armonico necessario per il manifestarsi dell'esistente anche nel fenomenico materiale.

Da questo comprendiamo pure come i numeri non fossero considerati tutti importanti allo stesso modo ma vi fosse una gerarchia interna d'importanza.

Alcuni rappresentavano aspetti più concettuali e quindi più universaleggianti e per questo motivo, la loro astrattezza ed insieme la loro universalità, conferiva loro un timbro ritenuto superiore a numeri riferentesi a realtà meno concettuali ed allusive od interessate da meno rapporti ed intrecci.

Così come i numeri danno motivo di armonia cosmica così sono pure garanzia e condizione necessaria e sufficiente per l'armonia nella vita dell'uomo.

Ricordiamo, a tal proposito, che i pitagorici credono nella metempsicosi di matrice orfica, ovverossia nella trasmigrazione delle anime e considerano essenziale comprendere la dicotomia esistente tra corpo ed anima.

Nonostante questo loro dare ancora priorità, ovviamente, all'aspetto spirituale, tuttavia sono i primi nel mondo antico che, anticipando di molto i secoli, considerano lo spazio fisico e spazio-temporale come importantissimo e misurabile: appunto... attraveverso i numeri!              

sabato 18 luglio 2015

Il paradosso logico di Zenone, in breve...

                                           Il paradosso logico di Zenone

Anche il filosofo Zenone nacque ad Elea, oggi la città di Velia in Campania, come Parmenide, nel corso del V secolo, e fu allievo di Parmenide del quale prese le difese dai numerosi attacchi cui fu sottoposta la sua filosofia.

Per essere più efficace ed incisivo nel "perorare" la causa del suo maestro, egli si avvalse della metodica della dimostrazione per assurdo (usata anche in geometria) e dei cosiddetti "paradossi".

Le critiche riguardavano la staticità, l'immobilità e l'unicità dell'essere. Gli avversari ritenevano che l'essere fosse molteplice nel suo disvelarsi, in movimento e che mutasse costantemente nel suo divenire.

Sussumevano queste loro certezze dal fatto che il movimento è una caratteristica dell'essere e che tale movimento si sviluppa nel tempo e nello spazio e che da questo pure, derivasse la sua molteplicità.

Zenone riuscì a confutare queste loro tesi anche andando contro il comune buon senso ed un esempio piuttosto noto ed esemplificativo è quello della gara di corsa che vede protagonisti Achille e la tartaruga.

Egli argomenta così la questione: se noi conferiamo un certo vantaggio alla tartaruga, ammettiamo poi che si possa dividere lo spazio infinitamente, assumiamo come presupposto che la linea del traguardo sia collocata al medesimo punto per entrambi e sosteniamo, in ultimo, che la competizione si svolga in un tempo ovviamente finito, potremo affermare - senza... "ferire" la logica! - che Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga poichè costante rimarrà il suo distacco iniziale, quello che aveva concesso alla... "bestiola"!

La gara, quindi, verrà vinta dalla tartaruga con il povero Achille che mai riuscirà a colmare il distacco!

Da questa dimostrazione, che ovviamente ci fa un po' sorridere, e proprio dal fatto che la gara si svolge in un tempo finito, Zenone riuscì a difendere il suo vecchio maestro, amico e collega, prendendo come assunto, quello del suo maestro, e cioè che l'essere fosse immobile.      

venerdì 17 luglio 2015

L'essere di Parmenide

                                              L'essere di Parmenide

Parmenide nacque verso il 540 a.C. nella città di Elea, da cui il nome della scuola filosofica degli eleatici.

Indubbiamente in vita gli furono tributati onori e dispensato molto rispetto ed ammirazione per il suo pensiero e, se questo vale per i suoi contemporanei, molto di simile può essere affermato per alcuni famosi filosofi immediatamente seguenti.

Oltretutto il  suo pensiero fu sempre molto rispettato anche da chi non era magari concorde nel merito.

Parlando in questi termini viene subito alla mente quel che pensarono di lui Platone prima (che lo ammirò incondizionatamente) ed Aristotele che, pur non essendo, molto in linea con il suo pensiero, tuttavia ne ammirò la profondità intellettuale.

Non si può negare che il suo pensiero fosse molto sottile e profondo e non un semplice elucubrare sui termini ma ritraducesse delle realtà in essere.

Il fatto che Platone ne ammirasse lo spessore e lo considerasse davvero un po' un suo precursore da cui partire e perfezionare il pensiero, mentre Aristotele non fosse d'accordo nel merito, non deve stupirci più di tanto.

Platone fu un idealista. Nel senso che costruì il suo sistema filosofico sull'Idea. Aristotele, invece, fu un logico, un categorizzatore, un filosofo che costruì il suo sistema sull'interdipendenza esistenziale tra concetto (espresso anche grammaticalmente) ed essere proprio, materiale, a cui il concetto si riferiva, nella sua universalità e nella sua delineazione delle caratteristiche particolari e sulle condizioni necessarie e sufficienti.

In fondo, anche Parmenide si collocava in questo discorso e forse il non particolare entusiasmo di Aristotele era dovuto proprio al fatto che considerava Parmenide iniziatore di un discorso che non aveva completato.

Il concetto chiave dell'esitenzialismo logico parmenideo, chiamiamolo così per comodità, è dato dall'accezione che "l'essere è e il non essere non è".

A prima vista, il discorso parrebbe non dare adito a critiche o ripensamenti.

L'essere, se esiste è, per forza; se non esiste, ovverossia se non è, allora è non essere.

A voler essere un po' polemici il fatto che io abbia usato il verbo essere della seconda proposizione, in forma positiva: "è non essere", indicherebbe, con quell'"è" che si tratta di qualcosa, ma noi sappiamo che lo dobbiamo intendere nel significato che "il non essere non è", cioè, propriamente non esiste.

Nell'affermare ciò che ho detto prima, ho commesso l'errore di tutti i comuni mortali.

Ho usato quella che Parmenide denominerebbe come terza via.

Sintetizzando, questa frase deve condurre alla considerazione dell'essere o del non essere, ovverossia, di ciò che è veramente e di ciò che non è, non esiste, non deve essere considerato perchè non c'è.

"L'essere è" vuol dire che esiste, il "non essere non è", vuol dire che parliamo di qualcosa che, a rigore, non dovrebbe neppure essere pensato.

Per questo motivo, Parmenide, individua tre vie.

La prima e la seconda le abbiamo già definite ora e la prima è la via da cui discendono tutte le altre argomentazioni di carattere conoscitivo, sia concettuale che materiale, fenomenico; la seconda è la via che non dovrebbe essere percorsa logicamente poichè si cadrebbe nell'errore che ho testè menzionato: il non essere non è; illogico se dico che il non essere è cio che non esiste.

Con quell"è" in senso verbale positivo indicherei qualcosa che esiste: direi che è... , ma che l'essere non sia.. è in contraddizione!, per il fatto che il non essere non può mai "essere", altrimenti sarebbe qualcosa; non potrebbe certo essere il nulla, poichè nel momento in cui lo affermo indico qualcosa.
Allora mi devo correttamente limitare a dire che il non essere "NON è".
Siamo noi uomini comuni che complichiamo molto la questione. In realtà, Parmenide è molto logico e lineare. Ma noi abbiamo un'intrinseca difficoltà ad accettare questa... ovvietà, perchè ci dobbiamo sempre rappresentare in un qualche modo le cose. Ma che "il non essere non sia" è palese ed evidente e non consente sviluppi ulteriori a livello filosofico-speculativo e neppure, e tantomeno anzi, nelle ricadute pratiche nel fenomenico. 

Ed Infatti questa strada conoscitiva qui si blocca.

La terza via, poi, dimostra ancora una volta di essere un colossale e grossolano errore da parte degli esseri umani.

E' una via che gli uomini utilizzano ma che non porta alla vera verità, appannaggio, come detto, solo della prima.

Con quest'ultima, tutto va bene, insomma, secondo noi esseri umani! Affermiamo, continuamente delle assurdità logiche, dicendo che "l'essere" è la vita e "il non essere" è la morte ma così facendo, balza subito agli occhi che diciamo un'assurdità: che il "non essere" è qualcosa, ovverossia la morte; dobbiamo, per forza, per la nostra debolezza conoscitiva, identificare anche il non essere con qualcosa: il che è un assurdo logico e letterale.

La morte per Parmenide "non è": "il non essere che non è"!

La vita "è": "l'essere che è"

Effettivamente questa forma "illogica", se ci pensiamo, è rimasta nel lessico comune, come quando affermiamo di "pensare a nulla" (il nulla è pensabile?) o di "non pensare a nulla" (c'è un solo momento della nostra esistenza in cui non pensiamo, e soprattutto in cui "non pensiamo" e per di più "al nulla": due contraddizioni logiche!!).

Oppure quando diciamo che "non ho capito nulla". Allora... hai capito tutto!

Per affermare che le cose non ti sono chiare, dovresti dire, infatti: "Ho capito nulla"

Queste sono altrettante dimostrazioni di come da un punto di vista logico certe affermazioni sono dettate da un nostro modo improprio di gestire la grammatica che ci rende conto, concettualmente ed astrattamente, di quel che è nei fatti.

Il discorso ritornerà, ancora più complesso, con Aristotele.           



giovedì 16 luglio 2015

Una breve riflessione che interpella le coscienze...

                                 Una breve riflessione che interpella le coscienze...

Proprio in questi giorni mi stavo interrogando su un aspetto morale che, forse, troppo spesso non consideriamo o sottovalutiamo o non consideriamo a sufficienza.

Preannuncio il fatto che esso sia stato già più volte trattato da autori ben più illuminati, famosi ed intelligenti di me, tuttavia - nel mio piccolo - vorrei portare il mio modesto ed umile contributo.

Appannaggio già degli spunti di molti studiosi di etica e di filosofia morale la riflessione su cui gradirei incentrare la mia attenzione è la seguente: spesso - giustamente - puntiamo l'attenzione sul male che viene commesso e ci concentriamo sui motivi, sulle ragioni, sul perchè sia possibile commetterlo, perchè tra il bene ed il male spesso la scelta cada proprio su quest'ultimo, e considerazioni similari...

Orbene, raramente ci domandiamo perchè non venga fatto il bene...

Il che non vuol dire solo rovesciare il problema ma qualcosa di sostanzialmente diverso: cosicchè spesso colpevolizziamo il male ma non l'omissione del fare il bene.

Ora, a livello morale è suscettibile di colpevolezza tanto fare il male, quanto non fare il bene.

Interpella le nostre coscienze, o dovrebbe farlo, tanto commettere qualcosa di malvagio quanto l'omissione del fare qualcosa di buono.

Eppure, forse per una sorta di "forma mentis", consideriamo sempre - anche in ambito morale - i fatti dall'ottica di che cosa si fa, piuttosto che da che cosa non si fa. Eppure tanto l'una, quanto l'altra sono azioni su cui ci dobbiamo interrogare. 

Infatti, molti di noi, quando pregano chiedono perdono per le proprie azioni, i propri pensieri ma, anche, per le proprie omissioni...

In verità tutti, credenti o no, dovrebbero pensare, secondo me, sia a che cosa voglia dire non commettere il male ma, anche, evidentemente, a che cosa significhi e quali sviluppi implichi socialmente (ma prima ancora nelle nostre coscienze), l'omissione del compiere cose buone, ragionevoli e giuste.

La frase, per sintetizzare tutto il breve ragionamento, potrebbe essere allora: troppo spesso ci interroghiamo solo sulle conseguenze derivanti dal commettere azioni maligne, troppo poco riflettiamo sulle conseguenze derivanti dall'omettere di fare il bene.

Troppo spesso ci si dimentica di quest'ultimo aspetto al punto che non ci si pensa neppure più e si gettano al vento occasioni su occasioni per migliorare un po' quel che più da vicino ci circonda.

Oltre che del male che viene commesso, parliamo allora anche del bene che non viene fatto!    

mercoledì 15 luglio 2015

Corsi e ricorsi storici...

                                                  Corsi e ricorsi storici...

Proprio oggi conversavo con un amico sul problema dei corsi e ricorsi storici, ovverossia si diceva che la storia, come sostenuto da Nietzsche, Vico, Croce, etc... si ripete con una sostanziale circolarità degli avvenimenti e che gli stessi così ritornerebbero, per dirla grossolanamente, con una straordinaria logica del "ritorno dell'uguale", ciclicamente.

Egli mi chiedeva allora come e, soprattutto, se la storia si possa definire davvero: "Magistra vitae est".

Ho risposto che, a mio modo di vedere, sì, effettivamente la storia è maestra di vita ma ho anche aggiunto che, cito quasi a memoria, troppo spesso sono molti quelli fra noi che mostrano d'essere pessimi e distratti discenti immemori, sempre poco pronti a sposare la linea della rigorosità, dell'obiettività, della linearità poiché più difficile da mantenere costantemente in quanto più complessa, più impegnativa, più faticosa.

Pensiero, questo, che mi risulta essere proprio anche di altre persone, che lo condividono quasi integralmente.

Proprio in questi giorni una persona, di cui non mi sovviene ora il nome, mi comunicava tutto ciò.

Siccome le situazioni ma anche gli errori si ripetono con straordinaria regolarità è evidente, almeno dal mio punto di vista, che da un lato grandi masse di persone non conoscono la storia o dimostrano di essere, come detto, degli studenti non propriamente modello, altrimenti non rifarebbero gli stessi errori e non ricreerebbero le stesse condizioni e, soprattutto, non si ritroverebbero in certe situazioni, guarda caso ora come allora.

Dall'altro lato vi sono persone che, probabilmente, conoscono forse sin troppo bene la storia e di questa loro conoscenza si avvalgono per imporre il proprio pensiero sfruttando una situazione di sostanziale inerzia culturale ed intellettiva generale, di non conoscenza dei fatti storici specifici, ed addomesticano al proprio (unico) pensiero situazioni e decisioni di stretta pertinenza politica, che dovrebbero essere d'uso ed appannaggio collettivo, trasformandolo invece, pericolosamente, in area di azione unidirezionale ed univoca.

In altre parole, costoro divengono "profeti" del pensiero unico, talvolta appaiono anche credibili, infondono persino certezze poiché danno tutta l'idea di agire secondo un rigore ben preciso e di dare e conferire ordine alle proprie scelte, alle decisioni prese per la gestione della "res publica".

Quando ci si rende conto che altro era il loro intento... è ormai troppo tardi poiché il loro progetto si è già inverato e... pure incancrenito!

Per dare sviluppo successivo alle loro idee e perseguire nel tempo il progetto che hanno articolato cercano di implementare il discorso educativo uniformandolo al proprio pensiero, divenendo così dei veri e propri fautori della pedagogia degli anti-valori o dell'anti-pedagogia, almeno secondo i parametri propri di qualunque persona di comune buon senso. 

Queste situazioni, tipiche dei regimi dittatoriali e dispotici sono casi limite ma neppure troppo infrequenti sul nostro pianeta e sono la classica degenerazione massima della inerzia culturale delle masse che non conoscendo la storia, all'inizio addirittura approvano le decisioni del proprio tiranno, del carnefice che si disvelerà a tempo medio-breve.

Divengono, taluni, quasi vittime inconsapevoli di colui che li tiranneggia, sottomessi alla "sindrome di Stoccolma", eppure continuano imperterriti a foraggiare il consenso attorno all'uomo unico.

Poi in certi casi sono in un qualche modo anche collegati allo stesso e coltivano affari ed interessi privati, avvantaggiandosi della sua vicinanza.

Addirittura lo sosterranno, ne incoraggeranno l'attività, lo vedranno come colui che... finalmente mette ordine! 

Ah, sì certo! In un qualche modo metterà pure ordine... in un qualche modo, tutto personale!

Non sempre, fortunatamente, la storia si ripete per dare vita a soluzioni così drammatiche, a sviluppi così negativi...

Però, sostanzialmente, si ripete... almeno così reputo io...

Spesso, infatti, mi interrogo su un avvenimento... decisivo: la venuta di Gesù Cristo.

Ebbene, intendo dire, se si ripresentasse oggi, anno 2015, come sarebbe accolto?

Molto dipenderebbe da dove si rimanifesterebbe, certamente, eppur - tuttavia - son convinto che, come ci dice anche il Vangelo di Giovanni, "venne e non lo riconobbero".

Già! Son convinto anch'io che verrebbe per non essere riconosciuto ed apprezzato, proprio come capitò la prima volta.

Vero è che, per chi si professa cristiano, tutto era già previsto ma, ritengo, sul piano pratico degli eventi storici, tutto si delineerebbe ora come allora con un suo sostanziale (purtroppo dico io!) disconoscimento!       

domenica 12 luglio 2015

Tornando ai presocratici...

                                 Tornando ai presocratici...


Dopo un certo periodo di silenzio, caratterizzato dalla risoluzione di vari problemi, pur avendone ancora un bel po' cui attendere, tuttavia - con molto piacere - torno qui a scrivere, concentrandomi su qualcosa cui tengo molto.

Gli ultimi contributi postati riguardavano la filosofia antica, nella fattispecie l'attenzione si era incentrata sui presocratici e, parimenti oggi, intendo ancora dire qualcosa su questi filosofi "naturali", il cui principio primo, differente per l'uno o per l'altro, era pur sempre rappresentato da un elemento naturale.

Generalmente, come dissi tempo fa, essi non rivolgevano ancora i loro studi alle grandi tematiche esistenziali ma erano interessati piuttosto alla comprensione del principio primo da cui ogni cosa sarebbe stata generata.

Il loro studio era, per dir così, di natura prettamente ed ancor elementarmente scientifico, basato principalmente sull'osservazione e la tematica esistenziale non era che una domanda consequenziale alla comprensione del principio primo, delle sue caratteristiche (fisiche), delle sue manifestazioni fenomeniche e del funzionamento (di natura meccanicistica) che ad esso sottintendeva ed era afferente.

Non mi dilungherò più di tanto sulle loro argomentazioni e pertanto non produrrò certo un lavoro esaustivo ed esauriente ma tenterò di delineare gli aspetti principali del loro pensiero, con modalità didattiche.

Apro - per chiuderla immediatamente - una parentesi: personalmente cerco di essere il più chiaro possibile, in questa sede, come quando insegno a scuola e non comprendo perché - talvolta - da certuni autori vi sia quasi una forma di autocompiacimento nell'essere, volutamente, "oscuri" e poco esplicativi.

Così non è tentare di tramandare il pensiero, ma è bearsi in una sorta di autoreferenzialità, quasi a voler dimostrare di comprendere argomenti ai più inaccessibili.

Personalmente sono convinto, invece, che si debba essere più chiari possibile e che si debba promuovere un'operazione didattica di un certo valore e qualità, o almeno provarci.

Insomma, il mio presupposto è che si debba cercare di rendere più fruibile possibile ciò che è - magari, già in sé, complesso - e non... viceversa!

Altrimenti diventa un dialogo per pochi addetti ai lavori e non socializzazione del pensiero integralmente e con più persone possibili...

E con questa considerazione chiudo l'annotazione di carattere metodologico.

Dunque, di chi parliamo?

Parliamo dei cosiddetti filosofi fisici ionici. I loro nomi sono Talete, Anassimandro ed Anassimene e costituirono la famosa Scuola di Mileto.

Cercherò di essere volutamente schematico.

Talete, noto anche per i suoi interessi nel campo della geometria (a cui si deve il famoso teorema riguardante le linee rette) , visse tra il VII ed il VI secolo a.C. partiva dal presupposto che il principio da cui si generava tutto fosse l'acqua. In un certo qual modo la sua particolare considerazione per l'acqua non era così infondata poiché da essa, effettivamente, hanno avuto origine le varie forme di vita unicellulare ed è altresì vero che senza l'acqua non potrebbe esistere alcuna forma di vita.

Che l'acqua sia un principio primo vitale e fondamentale, pertanto, non v'è assolutamente dubbio!

In effetti, per quanto le notizie reperite su di lui e sue non siano numerose, sappiamo che egli considerava una cosa viva, se umida, cioè se provvista di acqua!

Intanto quest'idea è più corretta di quanto non sembri ad una prima lettura ed è tutt'altro che banale, ma poi è fondamentale riconoscere che in questo modo egli tenta di far convergere su un unico principio primo e non su una pluralità di enti, la derivazione di ogni cosa esistente e vivente.

Allargò questa sua considerazione al resto dell'Universo ritenendo che alla base di tutto vi fosse proprio quest'unico principio primo che poteva portare a spiegazioni relative a tutte le manifestazioni dell'esistenza.

Certo, così facendo si rischia di cadere nel tentativo di semplificare eccessivamente fattori e fenomeni di ogni portata, manifestazioni varie e conseguenze ma, contestualizzando, gli si deve dare atto di aver posto delle basi importantissime, sia nel merito che nel metodo.

Così facendo Talete utilizza, forse per la prima volta, la parola greca "cosmo" che sta ad indicare "ordine". Quel che Talete cercava di fare era appunto di ritrovare, di rintracciare il principio primo unitario per conferire ordine e razionalità all'Universo.

Con ciò, non che Talete negasse la tradizionale convinzione nel politeismo ma ritrovava un principio che, in un qualche modo, si poneva anche al di sopra (o in posizione, diremmo, satellitare!) rispetto alla molteplicità delle divinità, interessate più che altro ad intervenire, in vario modo, ed a vario titolo, nelle vicende umane!

Per Anassimandro (nato intorno al 610 a.C. e morto nel 545 a.C.), invece, il principio primo era qualcosa di indistinto e di sussistente da sempre, non generato e non creato, qualcosa di esteso nel tempo e nello spazio in modo indeterminato ed illimitatamente, non soggiacente alle categorie spazio-temporali, quindi immutabile.

Una sorta di grande idea, di grande pensiero esistente in modo autonomo ed autosufficiente da sempre e per sempre in grado di dare origine a tutte le cose materialmente esistenti.

In effetti, così inteso, questo principio era sia materiale che spirituale, perlomeno ideale nel senso etimologico del termine.

Per comprovare questa sua teorizzazione Anassimandro si dedicava con grande forza e vigore allo studio dei fenomeni naturali e fisici, la cui ragione ultima (e... prima!) risiedeva proprio in questo principio, definito in greco come "apeiron".

Tra le sue convinzioni vi erano anche quelle secondo cui la Terra avrebbe la forma di un cilindro e che gli uomini, che vivono su una delle due estremità, derivassero dai pesci, secondo una prima, elementarissima forma di protoevoluzione!

Il terzo grande filosofo della Scuola di Mileto era tal Anassimene, vissuto grossomodo tra il 588 a.C. ed il 528 A.C., discepolo di Anassimandro. Erano praticamente uno l'allievo dell'altro.

Egli ritiene che il principio primigenio e procreatore di tutto sia l'aria: secondo il suo pensiero sta alla base anche della creazione delle divinità che assumono così un ruolo molto ridimensionato, poiché si collocano tra gli uomini ed il principio primo che diventa così nuovamente accentratore e generatore di ogni forma di vita.

La generazione delle varie forme di vita altro non sarebbe che attribuibile ai processi di rarefazione e di condensazione dell'aria stessa.

In forza di queste sue caratteristiche, essa sarebbe così in grado di dare origine a tutto quello che ci circonda.

In questo modo ogni sostanza materiale conterrebbe in sé questa forza vitale, questo... afflato che la renderebbe organica e provvista di movimento e percezione.

Quest'ultimo convincimento viene definito in greco come "ilozoismo".           

        

giovedì 4 giugno 2015

Vite credibili ed... incredibili!

                                            Vite credibili ed... incredibili!

Cari Lettori, oggi mi concentrerò su un argomento che è più di attualità e di praticità che non di speculazione filosofica pura.

Per meglio dire, tenterò, nel modo migliore che mi sia possibile di mettere in evidenza come, un certo tipo di riferimento culturale, valoriale, spirituale, possa rendere possibile l'inverare nella realtà di buone opere e di esempi credibili ed autorevoli.

Si potrebbero fare tanti esempi, tutti ugualmente validi e convincenti, educativi e coinvolgenti ma, dovendo fare una scelta, opterò per quattro figure che reputo - tra tante altre - aver davvero contribuito a migliorare la vita su questo pianeta.

Per una volta, quindi, nessun riferimento specifico qui alla filosofia intesa in senso stretto o alla sua teorizzazione ma all'azione nella praxis della quotidianità.

Le persone che ora andrò a citare e che, per ciascuna, citerò a livello esemplificativo una frase, hanno lasciato, lasciano e lasceranno il segno, positivamente, nella società.

In questi giorni di personale sofferenza fisica, ad esempio, mi è capitato di rileggere una frase che era stata pronunciata dal Beato Monsignor Novarese, il grande fondatore dei Silenziosi Operai della Croce (ovverossia dei malati, dei sofferenti), durante un convegno.

Monsignor Novarese ebbe il grande merito di rivalutare la figura del malato in un periodo in cui, spesso, purtroppo, oltre che ritrovarsi in situazione di dolore, solitudine, sofferenza, lo stesso poteva anche non godere dell'attenzione già più rinvenibile oggi.

Talvolta poi, addirittura, seguendo chissà quali "ottuse" e stucchevoli logiche "paganeggianti" veniva quasi considerato come misteriosamente responsabile del proprio gramo destino.

Quasi come se, di quel che gli era capitato, fosse parzialmente od integralmente responsabile o fosse, comunque, da considerarsi persona in qualche modo imperfetta.

Un atteggiamento illogico, odioso, non cristiano certamente e che Monsignor Novarese stigmatizzò, anche vivacemente, com'era per il suo carattere forte e deciso, poiché notò che molte, troppe volte, il malato viveva - in aggiunta alla situazione di disagio derivante dalla sopportazione della propria patologia - anche una sorta di cattiva considerazione sociale, quasi fosse un peso.

Monsignor Novarese era un grande cristiano e rese agevole comprendere quella che è una verità che la Chiesa pronuncia da sempre.

I malati, i poveri, i disadattati, gli ultimi, sono i figli prediletti del Padre.

Sono, da Lui, osservati con una luce di particolare riguardo.

Non solo essi non sono, né devono sentirsi di peso, ma svolgono un ruolo positivo e ripropositivo all'interno della società, talvolta troppo assente e cattiva.

La migliorano, con la loro presenza, la loro testimonianza, il loro sorriso.

Spesso... rendono possibili conversioni; sono portatori di sani valori e di pace: diventano un fulgido esempio!

Monsignor Novarese implementa così, nella società, una profondissima realtà prima ancora teologica che pratica, antropologica e sociale, ribadendo la presenza positiva e di esempio dei sofferenti, nei riguardi di tutti gli altri, che da essi non possono che trarre giovamento ed insegnamento.

Per molti perbenisti, cristiani d'apparenza e non di fatto, di sfoggio e non di concretezza fu uno smacco: alcuni, in salute, ricchi, magari materialmente generosi e poi così schizzinosi nei riguardi dei fratelli considerati, a torto, "minori", sapere che proprio da essi avevano da imparare e non erano solo loro che li aiutavano magari facendoli sentire ipocritamente in debito, a doversi auto-percepire non più come nobili benefattori che elargiscono il loro aiuto per sentirsi buoni e bravi, fu un rovesciamento dei ruoli persin difficile da comprendere.

E' vero, altresì, che molti di coloro che aiutavano i malati, la maggioranza in tutta evidenza, erano persone veramente rette, probe, in sintonia con la logica del Vangelo ma... non per tutti era così, evidentemente e purtroppo: qualcuno si sentiva addirittura superiore al malato cui si degnava di elargire il proprio aiuto, ritenendo così di aver sistemato al meglio la faccenda con il Padreterno!

Non aveva fatto i conti con Monsignor Novarese e tanti altri autentici cristiani, ben motivati!

Certo, già prima di Monsignor Novarese certamente i veri cristiani (i più oltretutto) che, disinteressatamente e con amore fraterno e filiale prestavano la loro opera, c'erano, ma evidentemente era giunto il momento di mettere in chiaro le cose anche con tanti altri.

E così fu. 

La frase che Monsignor Novarese pronunciò fu: "Non imprecate alla sorte se siete chiamate a portare la croce con i vostri sofferenti. La vostra casa è stata segnata dal sigillo della salvezza".

In ciò rievocò la frase dell'Antico Testamento ove le case dei figli del popolo prediletto venivano segnate e lì si sapeva che regnava la fede e la fiducia nel Signore.

Umanamente è certamente dura da accettare la sofferenza quotidiana, giorno dopo giorno, momento dopo momento, istante dopo istante.

Non appena si eleva lo sguardo verso l'alto e l'ottica da umana, terrena, diviene spirituale, celestiale, in consonanza con la volontà divina, ecco che tutto cambia e vi si legge questo principio di elezione, addirittura privilegiata.

Non è facile. Lo so. Lo comprendo per esperienza personale: non parlo quindi per pura teoria!

Una sua collaboratrice, sorella Elvira, ritradusse in modo efficacissimo e capace la visione di Monsignor Novarese, e sua, evidentemente, allorché affermò: "Considerando l'ammalato nella sua funzione santificante, egli, nel piano pastorale di avvicinamento delle famiglie, è strumento privilegiato di penetrazione nella famiglia stessa e può diventare strumento di richiamo ai principi soprannaturali di cui tutti devono essere animati."

Bellissimo! Una vera e propria pastorale del malato! Una nuova concezione antropologica del malato in cui diviene parte attiva, soggetto integrante, elemento pulsante dell'azione di tutti.

Il malato non è più considerato solo colui che dà, ma colui che dà e riceve, in un mutuo reciproco rapporto di interazione con gli altri e con i suoi familiari.

Riceve e dà carità, matura ed aiuta a maturare umanamente e spiritualmente, dà amore fraterno e ne riceve, comunica, insegna ed apprende, aiuta ed è aiutato.

E' tutta una reciproca situazione di dare e di ricevere.

Tutti - secondo Monsignor Novarese - hanno qualcosa da dire e da dare: nessuno escluso. Ed ovviamente il malato è una parte di un tutto; fa parte dell'umanità voluta da Dio; non è dunque esente ma, anzi, partecipe e promotore di reciprocità e collaborazione all'interno della società civile e nell'ambito della comunità cristiana.

Ad esempio, soffre, offre le proprie sofferenze al Signore, non perde la fede ed è, anzi, di esempio per gli altri!

Ora, potrebbe concludersi ogni considerazione, giunti a questo punto ma mi piace, in verità, provare l'esperimento di far dialogare fra loro persone che si sarebbero ben intese, ben comprese.

Le frasi ora riportate vertono proprio sull'importanza di un cambiamento di rotta comportamentale per una nuova visione umana e spirituale in cui l'antropologia si arricchisce di modalità che pongono l'uomo e la vita nell'esistente al centro dell'attenzione, in cui tante altre cose non sono che inutili dettagli mentre conta la sostanza.

La frase del nostro amatissimo Papa Francesco sembra proprio riproiettarci in quella dimensione così ben definita da Monsignor Novarese: "Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere!", così disse assai saggiamente e molto pragmaticamente per un mondo realmente nuovo, Papa Francesco e come non vedere in questa frase una viva accomunanza con quanto comunicato, a suo tempo, da Monsignor Novarese?

Ed infine, siccome la nostra vita deve essere di testimonianza autentica, umile ma determinata come non vedere un dialogo a distanza tra ciò che disse, appunto, Papa Francesco con: "Siate testimoni di un modo diverso di fare, di agire, di vivere!", con la bellissima affermazione, ricca di significato, verità e portatrice di reale cambiamento pratico, pronunciata dal Mahatma Gandhi: "La mia vita è il mio messaggio"?

Già, per concludere: quale messaggio è più credibile ed autorevole di quello mostrato, esemplificato, dimostrato, portato avanti da una vita coerentemente vissuta?

Sono, molto semplicemente, le vite credibili ma... per qualcuno... incredibili di persone autenticamente coerenti con quanto dicono ed affermano.

Ed il loro messaggio è tanto più credibile e coerente nella misura in cui, come effettivamente fu ed è, sono persone che hanno il pregio di essere di una veridicità cristallina e pura!

E le persone ora citate lo sono e lo furono, certamente! Senza ombra di dubbio alcuno!