sabato 15 giugno 2019

Bibliografia post precedenti su Blog https://ivomandarino.blogspot.com e https://meditazionidelprofdottivomandarino.blogspot.com

Post tecnico

Questo sarà un post molto tecnico e forse piuttosto noioso in quanto riporta i testi che sono stati utilizzati, confrontati, citati nei post precedenti al presente ed ad alcuni post pubblicati nell'altro Blog.
Alcuni testi vengono riportati in più di una scheda biografica e ciò sta ad indicare che sono serviti per la stesura delle schede cui sottostanno in nota bibliografica perché sono stati consultati e/o citati. Al termine di questa breve introduzione si fornirà, inoltre, una bibliografia di tutti quei testi che, inseriti o non inseriti nell'elenco bibliografico delle singole schede, sono però stati utili ai fini di una maggior comprensione, ampliamento e delineazione delle tematiche ivi contenute, a cominciare dalla contestualizzazione del periodo storico nel quale i tre grandi protagonisti sono vissuti: il glorioso Risorgimento Italiano.

                                                        Bibliografia generale

AA.VV, 1993, Il mito del Risorgimento nell'Italia Unita, atti del convegno, Milano 9-12 novembre 1993, in Il Risorgimento, nn. 1 - 2.
Banti A.M., 2004, Il Risorgimento Italiano, Laterza, Bari-Roma
Barbero A., 2008, Storia del Piemonte. Dalla preistoria alla globalizzazione, Einaudi, Torino
Bianchi N., 1865  - 1872, Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall'anno 1814 al 1861, Vol. VII, UTET, Torino.
Bravo G.L., 1984, Festa contadina e società complessa, Angeli, Milano
Bravo G.L., Presentazione in Grimaldi P., 2007, Parlando da vivo. Per una storia degli studi delle tradizioni popolari. Piemonte, Omega, Torino, pp. 11-16.
Brofferio A., 1867, Storia del Parlamento Subalpino, Battezzati e C., Milano
Candeloro G., 1984, Storia dell'Italia Moderna, Vol. IV, Dalla Rivoluzione nazionale all'unità, Feltrinelli, Milano
Canziani E. (1913 - 1917 = 1993), Piedmont, Chatto & Windus, London; trad. it. Piemonte, Milano, Hoepli; ristampa Omega, Torino
Cardini F. (a cura di), 1988, La cultura folklorica, Bramante, Busto Arsenio
D'Ancona A., 1931, Ricordi storici del Risorgimento Italiano, Sansoni, Firenze
De Bernardi A./Canapini L., 2010, Storia dell'Italia unita, Garzanti, Milano
Ferrero F.G., 1993, Angeli, giullari e contadini. Storia del teatro popolare in Canavese, Ivrea, "Il Canavese ieri e oggi", XVIII
Grimaldi P., 1997, Rivoltare il tempo. Percorsi di etnoantrpologia, Guerini e Associati, Milano
Ghisalberti C., 1974, Storia costituzionale d'Italia 1848 - 1948, Laterza, Roma - Bari
Levra U. (a cura di ), 2000, Storia di Torino, Vol. VI, La città nel Risorgimento (1798 - 1864), Einaudi, Torino
Mandarino I., 2005, Tavola rotonda? Cosa possono comunicarci/si, Riflesso, Asti
Mandarino I., Mosele M.L., 2006, Riflessioni... antropopedagogiche: una scuola si interroga, Riflesso, Asti
Mandarino I., schede biobibliografiche su Giovanni Di Giovanni, Pietro Vajra, Ferdinando Neri in Ferdinando Neri in Grimaldi P. (a cura di) 2007, Parlando da vivo. Per una storia degli studi della tradizioni popolari. Piemonte, Omega, Torino, rispettivamente alle pp. 245 - 248, 249 - 250, 333 - 335.
Maturi W., 1962, Interpretazione del Risorgimento, Einaudi, Torino
Montanelli I, 1972, L'Italia del Risorgimento, Rizzoli, Milano
Nigra Lionello (figlio di Nigra Costantino), 1921, Poesie postume, Lattes, Torino
Panzini A., 1909, Il 1859 da Plombieres a Villafranca, Fratelli Treves, Milano
Pinchia E., 1927, Itinerario Canavesano, Garda L., Ivrea
Riell L., 1997, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli, Roma
Romeo R., 1964, Dal Piemonte Sabaudo all'Italia liberale, Einaudi, Torino
Rossi L., 1896, Rappresentazioni popolari in Piemonte. Il Giudizio universale in Canavese, "La sentinella del Canavese", IV, 32, 7 agosto, p.1
Ruggiero M., 2009, Storia del Piemonte, La bela Gigogin Ed., Torino
Salvatorelli L., 1961, L'Italia dal 1849 al 1859, la questione di Oriente e la guerra di Crimea, la guerra e le rivoluzioni dell'Italia centrale, la spedizione dei Mille e il Regno d'Italia in "Europa Nazionale e Liberale", Vol. II Storia d'Europa, UTET, Torino
Smith D.M. (1968 = 1999), Il Risorgimento Italiano. Storia e testi, Laterza, Roma - Bari
Snow Ch. P. (1969 = 1993), The Two cultures, University Press Cambridge
Tornabuoni L., 1980, L'album della contessa di Castiglione, Milano, Longanesi e C.
Vergano Ludovico, 1961, Asti Risorgimentale, Tip. Astese, Asti
Villari L., 2009, Bella e perduta: l'Italia del Risorgimento, Laterza, Roma - Bari
Woolf Stuart J., 1981, Il Risorgimento italiano, vol. II, Dalla Restaurazione all'Unità, Einaudi, Torino

Testi, lo si ricorda, utilizzati per i contributi letterari culturali,
            sia

in https://ivomandarino.blogspot.com  

che in

https://meditazionidelprofdottivomandarino.blogspot.com

Prof. Ivo Mandarino

Quattro Madame del Risorgimento/ IV puntata

Prosecuzione IV puntata: si faccia attenzione agli aspetti psicologici oltre che a quelli storici ed agli intrecci che ne susseguono

Anna (Nina) è a Vinadio, avevamo detto, mentre Cavour, l'avevamo rimarcato, guarda le combinazioni (!) è a Valdieri, con sua madre!

Dicevamo: alle volte la combinazione! Le casualità della vita! Le straordinarie coincidenze! Inutile dire che riprendono non soltanto l'attività epistolare, ma pure le frequentazioni e la relazione si infiamma di nuovo!

Camillo Cavour è in un momento particolare della propria vita, sta vivendo una fase di profondo abbattimento che lo porterà a pensare, come si evince da quel che scrive nel suo diario, addirittura la suicidio!

Oltretutto, il marito di lei, il marchese Giustiniani, ora sembra decisamente seccarsi della situazione e, invece di intraprendere altre iniziative, resosi conto della corrispondenza epistolare tra i due, tenta semmai di intercettarla, talora di distruggerla, talaltra di conservarla, altre volte ancora, semplicemente di ritardarla o di ingenerare equivoci e malintesi, fraintendimenti ed incomprensioni.

Lavora... "beffardamente"... di fino!

Seguono mesi di incertezza, in cui i due amanti si vedono molto, fanno progetti di fuga insieme, però Camillo frequenta anche altre donne, la situazione è poco chiara per tutti.

Ad un certo punto, all'inizio dell'estate del 1834, Anna ed il marito Stefano lasciano Vinadio per andare nel proprio Castello di Voltri e Cavour fa ritorno a Torino. Anna rivela al marito, ufficialmente, e scrivendolo - pare su un semplice biglietto - della sua passione per Camillo Cavour.
La reazione del marchese Giustiniani è, peraltro, molto fredda.
Completamente distaccato, acconsente che Camillo Cavour la raggiunga nel Castello di Voltri.

Nel frattempo, poco più a nord, a Torino, il padre di Camillo è unicamente preoccupato del fatto che certi fatti non diventino di pubblico, più che altro per salvare le apparenze. In realtà, ormai a Camillo è passata l'infatuazione. I due amanti si incontrano ancora proprio nella residenza di Voltri per uno scambio reciproco di ritratti con dedica, per quello che avrebbe dovuto essere l'ultimo incontro, quello dell'addio, ma così - invece - non sarà. A dire la verità lei è ancora perdutamente innamorata di Camillo e, nonostante una relazione di lui con la marchesa Clementina Guasco (scriverà Camillo nel suo diario:"Sono un indegno, un infame, la mia condotta è orribile") durante un soggiorno a Milano, i due si vedranno poi a Voltri ancora in altre circostanze. Insomma, sempre più tiepido tendente al freddo lui, sempre più appassionata lei.

Per dovere di cronaca pare che, per così dire, un "giro di valzer" con la marchesa Clementina Guasco se lo sia fatto pure lo stesso marchese Giustiniani, il marito di Anna, "Nina", Schiaffino.
Vi sarà un ultimo incontro tra Camillo e "Nina", nell'ottobre del 1834.
Poi, Camillo partirà per Parigi e lei farà ritorno a Genova, ove dovrà far fronte all'ostilità di tutti i parenti, prima fra tutti della propria madre, per la sua condotta ritenuta riprovevole.
Nonostante le molte lettere che lei gli invierà, le risposte di Camillo saranno via, via sempre più fredde. Tenterà con ogni mezzo di dissuaderla - lui stesso - dal proseguire la relazione, di farsene una ragione, di darsi pace, facendole capire che il tutto non potrà avere futuro.
Nel frattempo, ma di ciò si dirà più oltre, egli - che ha avuto anche una relazione con la cugina acquisita, la contessa di Castiglione, Castiglion Tinella e Costigliole d'Asti - è tutto preso dalla sua intensa attività diplomatica che si fa - a ragione della situazione politica del tempo, sempre più delicata e passibile di repentini cambiamenti.
Sempre per la diplomazia (e per che altro, sennò?), prima di mandare le milizie in campo si tenta di convincere i vari politicanti del periodo a prendere in considerazione i fatti da un altro punto di vista.
Ed è così che - per amor patrio - ma forse non solo (!), il fidato uomo cavurriano che risponde al nome di Costantino Nigra "cede", con profondo sacrificio personale, alle arti seduttorie sia della Contessa di Castiglione, sia - poi - della moglie di Napoleone III, mentre pare che - proprio in contemporanea - lo stesso sovrano fosse "impegnato" in una particolarissima riunione privata con la Contessa di Castiglione, definita, peraltro, da Madame de Metternich, la moglie dell'inflessibile cancelliere austriaco, una "stupenda statua di carne scolpita". Una bellezza scultorea!
Per quel che è dato sapere, proprio mentre il Re Vittorio Emanuele era già - infelicemente - sposato, pare che anch'egli, sacrificandosi per la patria, si sia messo a negoziare in un modo che certamente ha poco dell'ortodossia politico-diplomatica, nello stesso periodo, sia con la Contessa di Castiglione che con la Bela Rosin, la popolana Rosa Vercellana.
E, comunque, anche il conte Verasis, cugino di Camillo Cavour ha - come la bellissima moglie - onorato al pari di lei, le ragioni di Stato, "sacrificandosi" con nobildonne, particolarmente influenti per favorire l'inverarsi della nobile causa comune.
Intorno, intanto, i parenti, compresi i genitori la tratteranno con molta severità e, contestualmente, le chiederanno più e più volte di rimettersi con il marito.

Nel 1835 Cavour le promette di andarla a trovare ma, nel frattempo, scoppia un'epidemia di colera che lo blocca a Torino.
Lei fa la pazzia di volerlo raggiungere ma, giunta ad Asti, è bloccata da un ufficiale sanitario.
Avvisato a Torino che lei si trova ad Asti, lui la rassicura e la consiglia di tornare a casa.
Nina obbedisce ed il 3 agosto gli scrive:"I tuoi consigli mi hanno decisa, vedo che attaccandomi alla tua sorte ti renderei infelice. Se è vero che le nostre anime sono fatte l'una per l'altra si ritroveranno nell'eternità".
Poi bevve il veleno, ma non riuscirà a suicidarsi. Il veleno le lederà comunque alcune funzioni mentali. Nel frattempo il padre di lei morirà per via del colera.
Lei tenterà nuovamente il suicidio nel 1838: la salverà - in tutti questi reiterati tentativi - Lazzaro Rebibbo mentre, al suo capezzale, tra i più presenti si farà notare la figura del poeta Giuseppe Gando che l'amava segretamente e che alla sua morte si risolverà, dopo un periodo di pianti inconsolabili, a farsi prete.
Nel frattempo il colera si è portato via anche il padre di lei e la depressione che la sta divorando deve anche fare i conti - salatissimi - con la rielaborazione di questo lutto familiare ovviamente così coinvolgente.
Nel 1841, ancora e forse sempre più perdutamente innamorata (inconsolabile ed irrecuperabile!), di Camillo tenta il suicidio e riesce, gettandosi dal balcone di casa, a concretizzare il suo drastico proposito, dopo una breve agonia.
Lascia ancora delle lettere scritte in dialetto genovese, in italiano ed in francese in cui esalta l'amore per Camillo Cavour ed in cui attribuisce la totale decisione a compiere il suo folle, estremo gesto alla sua mancata corresponsione amorosa ed all'infelicità della sua vita.
Addirittura idolatrerà Camillo facendone rifulgere la personalità in modo decisamente esagerato e dimostrerà di essere di esserne totalmente, perdutamente, irrimediabilmente invaghita.
Ella attribuirà alla sua presunta scarsa avvenenza le ragioni dell'allontanamento da parte di Cavour nei suoi riguardi, ma ciò non corrisponderà certamente a verità, per tutta una serie di molteplici e più che ovvi motivi.

E qui, senza pretese, termina questa breve serie di interventi su quattro donne che ebbero tanta parte nel Risorgimento. A qualcuna è stata data più visibilità, a qualcun altra meno ma non per acclararne la maggiore o minore importanza. Di qualcuna sono stati riferiti molti avvenimenti, di altre è stato fornita poco più che l'informativa legata ai loro estremi anagrafici. Si è trattato di dover fare delle scelte anche per evidenziare, evidentemente, l'aspetto psicologico di talune, rispetto persino al dato storico o alla loro contestualizzazione storica.

Va da sé che, almeno in parte, su di esse si tornerà, quantomeno per giustificare, talune tesi che si sosterranno in tre appositi saggi, monografici scritti dallo scrivente su Cavour, Artom e Nigra.

Precederà la dissertazione un'introduzione - premessa - preambolo che sarà costituita anche da una bibliografia, utilizzata, citata, consultata, letta, rimeditata sia per i tre saggi testé menzionati, sia per le quattro puntate qui riportate, il tutto da leggersi ad intreccio.

Traggo le dissertazioni cui qui attendo da un precedente mio lavoro svolto, utilizzato sia per i miei allievi che per un pubblico più folto.

Metodologicamente la cosa migliore sarebbe spostarsi da un blog all'altro dei miei due momentaneamente attivi.

Grazie per la lettura e per la paziente attenzione!

Prof. Ivo Mandarino

https://ivomandarino.blogspot.com

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Quattro Madame del Risorgimento/III^ puntata

Avevamo concluso la seconda puntata affermando che Camillo Cavour, per le sue idee ritenute troppo aperte e liberali, fu spedito al Forte di Bard.
Camillo è nel mirino, nonostante e forse, anzi, proprio per la sua posizione. Carlo Alberto lo definisce "contino giacobino" e Carlo Felice lo sospetterà di cospirazione politica. Per Nina "Anna" sono tutti duri colpi. La situazione per Cavour migliorerà dopo le sue dimissioni volontarie dall'esercito, nel 1831, e di ciò si gioverà pure la ripresa del rapporto con Nina - Anna. Intanto Cavour ottiene di amministrare la tenuta di Grinzane, occupazione assegnatagli dal padre per tenerlo impegnato ed impedirgli di dar libero sfogo al suo desiderio di far la bella vita.

Nel frattempo, però, si incontra ancora - ed anzi più liberamente di prima - con Nina che si presenterà - da par suo - a Teatro, subito dopo la morte di Carlo Felice, ostentando - congiuntamente ad altre donne, sue amiche, tra cui la Teresa Durazzo, anziché un sobrio e castigato lutto, abiti assai sgargianti e tutta imbellettata.

Ad aggravare la situazione c'è pure il fatto che Anna è moglie di colui che è stato "aiutante di camera" del sovrano appena defunto. Cosicché, mentre per il marito la morte del Sovrano Carlo Felice è motivo di lutto, per Anna è motivo di rivalsa sia per le sue idee politiche ispirate al mazzinianesimo, sia per i provvedimenti dello stesso adottati nei riguardi dell'amato Camillo Cavour.

Per questi motivi, e per la contemporanea carcerazione di Mazzini, i parenti la convincono con le buone e, soprattutto, con le cattive a lasciare per un po' di tempo Genova per trasferirsi alla volta di Recco. Cosa che, viste le continue ronde della polizia, sotto l'edificio del suo salotto, acconsente di fare. Anche perché ben presto vengono notati tutti coloro che frequentano il suo salotto e che rappresentano non solo parte della cosiddetta "Genova bene", ma anche altre zone, cosiddette "bene" dell'Italia non ancora unita (e soprattutto del Piemonte, della Liguria e della Lombardia) e che, nonostante rappresentino per lo più l'alta borghesia o la nobiltà, per le loro idee, sono tenuti sotto osservazione da parte della polizia per le loro idee ritenute sediziose e rivoluzionarie.
Tutti, o quasi, sono così schedati e non infrequenti pare che siano le irruzioni nel locale da parte della polizia allo scopo di esercitare, con il pretesto del controllo di documenti definito di "routine" e come da prassi, una vera e propria attività di controllo poliziesco.

Quel che accadrà - tempo dopo - a Torino presso l'oratorio di don Giovanni Bosco, a Valdocco, cui farà seguito un burrascoso quanto vivace scambio di - a quanto si dice - opinioni tra il prelato astigiano ed il marchese, padre di Camillo Cavour, è indicatore del clima che si è venuto ad instaurare.

Nel frattempo, comunque, Camillo Cavour frequenta altre donne e diviene più tiepido verso di lei, ma ormai lei si è proprio invaghita e la lontananza le diviene assolutamente insostenibile. Sarà pure insostenibile, ma intanto anche lei trova il modo di consolarsi con Carlo Pareto, benestante genovese, perditempo e giramondo che morirà in manicomio nel 1881 tutto intento a leggere e a rileggere ad alta voce le lettere di Anna.

La "Nina" inizia intanto anche a dare i segnali di quel disagio che la porterà, congiuntamente all'assunzione di veleno, poi a compiere il gesto fatale. Il marito acconsente che sia visitata, nel 1834, a Torino, dal dottor Rossi, luminare del tempo, che è anche medico di casa Cavour.

Chissà come mai la prescrizione prevede che debba passare un po' di tempo in montagna, alle terme di Vinadio, mentre in contemporanea - a Valdieri - si trova Camillo Cavour, con la madre!

Eh! Alle volte, la combinazione! Le casualità della vita! Le straordinarie coincidenze! Inutile dire che...

Fine III puntata

To be continued...

Prof. Ivo Mandarino           

venerdì 14 giugno 2019

Quattro Madame del Risorgimento. Anna Schiaffino. II^ puntata

Pillole di cultura - II puntata/Quattro Madame del Risorgimento

Anna Schiaffino - la prima delle nostre madame in ordine di trattazione nacque a Parigi il 9 agosto 1807 e morì, drammaticamente e prematuramente, a Genova il 30 aprile 1841, suicida, all'età di appena 34 anni. Ella convolo' infelicemente a nozze all'età di diciannove anni con il marchese Stefano Giustiniani, allora ventiseienne benestante rampollo di una delle famiglie più ricche, famose e facoltosi della nobiltà genovese. I due sono distanti caratterialmente come più non si potrebbe. Lei è cresciuta a Genova ma è nata a Parigi dove nei primi anni di vita ha respirato la cultura salottiera e solare dell'alta borghesia.
Non è una donna bellissima, ma è dotata di un fascino irresistibile anche in virtù della cultura e dell'intelligenza vivace, reattiva e critica. Infatti, in un modo assolutamente non comune a tante altre donne della sua epoca e si appassiona alle tematiche economiche e soprattutto politiche del tempo. Lui, ugualmente non bello d'aspetto, piuttosto tarchiato fisicamente, è profondamente intriso di convinzioni reazionarie ed eccessivamente affettato nei modi e negli atteggiamenti che suonano sempre falsi e studiati. 
È portato, facilmente, al rimescolare le carte, a sparigliarle anche se con una certa astuta quanto meschinella capacità di giustificare tutto e di rifornirsi cinicamente di quanto possa giovare al proprio tornaconto.
Ovviamente lei non è contenta, ma felicissimi sono i suoi genitori che vedono prospettarsi un matrimonio di convenienza ottimale per la figlia.
Soprattutto la madre, Maddalena Corvetto (figlia, a sua volta, dell'economista repubblicano genovese Luigi Corvetto), che va letteralmente in sollucchero quando viene celebrato il matrimonio - ovviamente tra mille fasti - nella Chiesa della Maddalena.
Anna piange certamente, ma non di gioia, e quelli che seguiranno (qui siamo nell'estate del 1825) non saranno anni gradevoli per lei.
Diverrà madre (due figli nell'arco dei primi due anni) ma l'arrivo dei due pargoletti ciò non lenira' la sua depressione che sarà anzi sempre più accentuata. Troverà - se così si può dire - una parziale consolazione negli avvenimenti politici che si susseguiranno e che le daranno modo di creare, un po' sullo stile francese a lei così precisamente noto e caro, un salotto di discussione. Oltretutto la sua figura, per preparazione culturale e per effervescenza interiore, svettera' sempre sulle altre donne, essendo brillante e raffinata oltremodo, più portate - le altre donne - a dare giudizi snob e superficiali, spesso dettati dall'emotivita' del momento o dal dogmatismo dovuto alla propria appartenenza sociale.
Anna, dopo aver respirato l'aria culturalmente salubre di Parigi, dall'età di dieci anni vive a Genova, città nella quale il padre, il barone Giuseppe Schiaffino, inviato in qualità di console da Luigi XVIII, ha provveduto di assicurarle i servigi culturali e pedagogici dei migliori precettori. 
Ella conosce l'italiano, il francese (che utilizza anche per scrivere tutte le lettere a Cavour), l'inglese, il tedesco. Sa ricamare benissimo e s'intende di arte e di musica. È una lettrice voracissima.
Dopo la Restaurazione, in cui la Liguria tutta si trova sotto il dominio Sabaudo, incorporata nel Regno di Sardegna, Anna - di sentimenti repubblicani di chiara matrice mazziniana - diventa un punto di riferimento per molti.
Il suo salotto è frequentatissimo, lei stessa continua ad acculturarsi personalmente, da perfetta autodidatta e ci riesce precisamente.
Siamo ormai nel 1830.
Da poco, nel frattempo, è divenuta madre per la terza volta.

Poco più a nord, a Torino, un giovane di ventinove anni che di nome fa Camillo Benso, nel frattempo, incomincia ad avere i suoi primi grandi attriti con la famiglia.

Egli si avvicina alle idee liberali, non è per nulla aristocratico nei modi e nelle convinzioni: a differenza del fratello che si abbevera alla fonte intellettuale e religiosa dell'abate Rosmini (a cui si deve riconoscere la grandezza di personalità e la profondità di pensiero e che diventerà uno dei più eminenti filosofi del tempo, ancora oggi molto stimato e studiato, per quanto non semplice data la sottigliezza delle sue profondissime elucubrazioni intellettuali), egli ha uno spirito irrequieto, pragmatico, libero.

Sa dell'esistenza del salotto di casa Giustiniani. Sa, e ad un certo punto ne diviene assiduo frequentatore. Non solo, ma i due, Anna e Camillo, incontrandosi parlano e, si sa come vanno queste cose, parlando s'innamorano. Sarà un amore vero, pieno, ricambiato, comprovato dal carteggio fittissimo che i due - nel corso degli anni - intratterranno.

Parte di questo carteggio è oggi patrimonio di tutti: alcune lettere sono state ritrovate presso il carteggio di Cavour stesso, altre sono state rinvenute presso la collezione privata di un estimatore americano, parte si sono ritrovate nello scrittoio del marchese Giustiniani, in un recesso interno.

Anche il marchese Giustiniani sa: sa bene della relazione tra la moglie e Cavour. Non se ne cura. Anzi, sembra proprio che non gliene importi nulla. Ad un certo punto sostiene che la donna non è più in sé. E si vocifera che egli stesso abbia una parallela, contemporanea storia con una conosciutissima nobildonna.

Gli anni dopo il 1830 sono molto duri per Anna che vede travolti i propri ideali, con l'incarcerazione di Mazzini stesso, e con il trattamento "speciale" riservato a Camillo Cavour per le sue idee ritenute troppo aperte e liberali e così spedito al forte di Bard.

Camillo è nel mirino,...

To be continued...

Quattro Madame del Risorgimento tra psicologia, storia, politica e faccende private! I^ puntata

Questo mio contributo, predisposto a suo tempo per un intervento in pubblico ed utilizzato anche per alcune notizie meno... "pesanti", mi si passi il termine, e più sfiziose, intendeva mettere in luce come i fatti storici di enorme rilevanza socio-politica affondino talora le loro motivazioni ed i loro sviluppi in fatti molto umani e da tutti vissuti, afferibili alla sfera psicologica dell'essere umano e nelle vicende di quotidiana mondanità.

Solo una premessa: tanto qui, quanto nell'altro mio blog potrei talvolta suddividere in più puntate, ovvero in più post uno stesso argomento.

Prima di iniziare, ricordo allora, ancora una volta i miei due blog:

https://ivomandarino.blogspot.com

                e

https://meditazionidelprofdottivomandarino.blogspot.com

Ed ora andiamo al cuore dell'argomento.
In questo breve saggio (o lungo articolo, che dir si voglia), che per ovvi motivi non ha pretesa alcuna di esaustivita', si passeranno in rapida rassegna alcuni avvenimenti della vita di quattro donne che, tra tante altre parimenti autorevoli, diventarono sicure protagoniste del Risorgimento. Per certi aspetti, loro malgrado. E proprio per questo motivo, allo scopo dunque di meglio contestualizzare il loro agire, ed in alcuni per giustificarlo, si farà riferimento a questioni sorte in quel periodo, davvero unico in quanto al vivere alti ideali e così ricco di importanti avvenimenti e di fervidi cambiamenti che, di quegli ideali, erano - per l'appunto - l'inverarsi nella prassi.

Sarà facile intuire come in alcuni di essi un ruolo importante, anche più di quel che comunemente sia dato ritenere, sia proprio stato giocato dalle quattro signore cui si faceva riferimento.

Sarà di tutta evidenza il fatto che, talvolta - in questo inestricabile intreccio di passioni umane, interesse pubblico e privato o, ancor di più, personale - elevati valori di comprovata spontaneità si trovino poi quasi a dialogare con questioni più materialmente personali e che da questo incontro, in verità idealmente "ibrido", possano derivarne conseguenze, anche molto pesanti, che coinvolgono la collettività, talvolta anche nella sua totalità.

Ora, da un lato, per gli idealisti puri, i perbenisti, i "politicamente corretti" tutto ciò fa certamente storcere il naso poiché vorrebbero ascrivere i fatti storici sempre ed integralmente alla sfera degli alti valori, dei nobili sentimenti, del disinteresse privato e personalistico a vantaggio del bene comune e dell'idea ispiratrice.

In massima parte ciò corrisponde alla realtà. Pertanto non si possono tacere anche altri avvenimenti, altrimenti la realtà stessa appare esageratamente edulcorata ed idealizzata nel segno della perfezione morale, dei valori, dei progetti, e via elencando, come pure qualche volta ci è stata anche tramandata.

La verità, però, è che non si può omettere di dire che, talvolta, le vie della diplomazia fine fanno passare i destini della storia anche sui binari della mera materialità, della personale passionalità, i cui protagonisti - consapevolmente o no - si servono.

E questo, nella storia, non è un "modus vivendi et operandi" casuale o accidentale ma si è presentato - dall'alba della civiltà ad oggi - con straordinaria ripetitività.

Detto questo, dall'altro lato, si deve anche affermare chiaramente che la realtà storica non può essere fatta dipendere comunque da una eccessiva, esagerata, fuorviante e scorretta focalizzazione dei particolari più "piccanti" o "gossipari" dei protagonisti, pena lo svuotamento, l'involgarimento, l'imbarbarimento dei fatti su cui si vuole concentrare la propria attenzione: diventa cioè polo di attrazione per "guardoni intellettuali"(!), speranzosi di leggere - nelle vite dei grandi protagonisti della storia, quasi fossero semidei dell'Olimpo! - segni di umane debolezze e pulsioni su cui fantasticare!

Quindi, senza assolutamente nulla togliere all'importanza storica degli avvenimenti di cui si resero protagonisti i personaggi quivi menzionati, che rifulgono giustamente nella memoria collettiva di noi tutti, si deve - proprio in nome e per conto della storia stessa - fare qualche cenno della loro vita privata, laddove questa influenzò le vicende storico-politiche di più ampio respiro, di più vasto interesse, di maggior coinvolgimento collettivo.

Le quattro Madame del Risorgimento. Questo è il titolo che si è voluto dare.
Quattro donne così diverse eppure così vicine. Certamente accomunate, pur nella diversità caratteriale e culturale, da taluni elementi denotativi, tra cui la sensualità.
O, comunque, del fare delle arti seduttorie la propria arma principale.
Veniamo, dunque, all'appello: Anna Schiaffino Giustiniani  ("Nina"), Vittoria Oldoini ("La Marchesa di Castiglione"), Rosa Vercelliana ("La bel-a Rosin"), Eugenia Kirpatrik de Montijo  (consorte di Napoleone III).

E qui finisce la I puntata e vi lascio sul gusto...

To be continued...

Prof. Ivo Mandarino

giovedì 13 giugno 2019

Freud: psicoanalisi e origine della società ovviamente... in pillole!

Pillole di... Freud! Freud in pillole!

L'argomentazione che qui di seguito si andrà a disquisire in un unico post, per la verità, potrebbe essere scorporato in due ma si ritiene che in questo modo più organica e sequenziale sia la lettura che ne segue rendendo più agevole la comprensione dei concetti.

Inoltre, il tutto è volutamente sunteggiato in modo da costituire una serie di appunti, come già ho postato, ed ancor di più farò per il futuro, che rappresentavano parti di dispense predisposte e distribuite per i miei allievi degli Istituti Superiori che hanno mostrato di apprezzare sempre quando - a titolo esplicativo - mi accingevo a preparare per agevolare il loro studio.

Chiedo venia se non sempre mi ricorderò di anticipare l'uso primigenio cui erano destinati tali miei appunti elaborati a vantaggio dei miei studenti.

Qualunque segnalazione di questo tipo o di altro, ma ritenuta comunque importante sarà debitamente trasmessa.

Ed ora, per dirla come gli antichi, "in medias res" ovvero per giungere a dibattere della materia che ci si è posti, val la pena di non tergiversare più ed iniziare senz'altro nel vivo dell'argomento 

Secondo Freud la sessualità e la famiglia sono il centro dei conflitti dai quali tuttavia si determina l'Io. Sessualità e famiglia sono anche al centro della formazione della civiltà e del suo sviluppo storico: la civiltà non potrebbe esistere se non vi fosse una sottrazione continua di energie sessuali ed una loro conversione verso "topos" non sessuali, a vantaggio della collettività, della comunità.

Questo è ciò che Freud chiama "sublimazione" e che ci rimanda alla possibilità di comprendere come si possano "incanalare" le energie sessuali per attività, ad esempio, intellettuali o meditative. Tutto ciò è una vera e propria deviazione dell'energia sessuale che porta a sacrifici pulsionali e, di converso, a situazioni di frustrazione.

Freud era anche convinto che lo sviluppo dell'individuo e quello della specie umana procedessero di pari passo. Lo affermava chiaramente in "Totem e tabù" (1912 - 1913), in cui era chiaro il tentativo di far convergere i risultati dell'antropologia evoluzionistica fisica, soprattutto del più famoso antropologo fisico del momento, James Frazer, con quelli della psicoanalisi.

Egli riprende il simbolismo antropologico del totem, l'oggetto sacro, comunemente un animale, vero segno distintivo della tribù sul quale essa stessa fonda fieramente la propria appartenenza. La tribù è un contesto, dunque, che si regge su due divieti: a) impossibilità di eliminare fisicamente il totem, né di cibarsene, fagocitandolo; b) impossibilità di sposarsi con appartenenti al proprio gruppo tribale (e questo potrebbe sorprenderci,...).

L'allusività del totem con la figura paterna è evidente ed i due tabù altro non sono che un rimedio ai divieti derivanti dal complesso di Edipo (divieto di parricidio e proibizione all'incesto). Il parallelismo tra antropologia e psicoanalisi è qui fortissimo, così come il fatto che per Freud il complesso di Edipo ha caratteristiche universali e non è solo appannaggio di qualche cultura, ma è proprio di tutta l'umanità nel suo insieme. Per dare prova e ragionevolezza, segno e significante dell'universalità del complesso di Edipo, Freud sosteneva, un po' mitologicamente ma anche influenzato dal darwinismo che gli uomini primitivi dovevano essere vissuti in piccole comunità nelle quali il capostipite, il "patriarca", il padre aveva avuto tutte le donne ed aveva scacciato i figli considerandoli maschi rivali e, materialmente agendo, presentandosi quale... novello Conte Ugolino!

I maschi, fra loro fratelli, si sarebbero riuniti allo scopo di uccidere e divorare il padre (che in momenti di... lucidità dirà: "Quand'è che lo farai? Avanti! Fagocitami! Il tempo è giunto!): da ciò "l'usanza" del pasto totemico. Questo rituale era sintomatico di due importanti rimandi socio/psicologici, interessanti anche sul versante della psicologia sociale e non soltanto in quella del profondo: a) immedesimazione dei figli con il padre (fagocitato come un qualsiasi cibo, divenuto parte di sé, inglobato, superato, annichilito,... e consapevolezza che medesimo destino sarebbe toccato a lor stessi i giovani ora autori di tale rituale, con il naturale cambiamento dei ruoli! Bastava solo dare tempo al tempo!); nascita di legami tra i sodali parricidi a causa di sensi di colpa e di rimorso.

La ripetitività di questo ritualismo, perennemente ripetentesi, avrebbe avuto una funzione quasi "catarchica" o, perlomeno, di controllo nel costituire un insieme di divieti, costrizioni e restrizioni.

Prof. Ivo Mandarino
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Freud: la civiltà ed i suoi costi (un breve riassunto)

Nella sua opera "Il disagio della civiltà" del 1930, Freud viveva come tutti, i segni di una grande crisi della società occidentale. Senza peraltro soffermarsi nello specifico e rifiutando sempre di parlare in termini di decadenza, tuttavia Freud trattò più in generale in merito alle radici psichiche della cultura e della società.

Considerato che uno dei principi psichici più importanti è la pulsione di morte che porta - quando è proiettata all'esterno - alla pulsione di aggressività, e ciò condurrebbe - se non estremizzata ed universalizzata - alla distruzione, Freud ritiene che l'uomo debba sottrarre energie alla libido individuale per metterle a disposizione della società e del suo mantenimento. Queste energie devono consolidare i rapporti tra gli uomini: su ciò si regge la civiltà.

Ed in ciò l'uomo si differenzia dall'animale che agisce in funzione ed in forza della pura e mera istintualità. Questo atteggiamento non sradica le componenti aggressive e il mondo continuerà ad essere un campo di battaglia, una contrapposizione perenne tra Eros e Thanatos ma ne mitigherà manifestazioni e conseguenze, grazie anche a sorta di... "ammortizzatori" emotivi.

L'uomo, infatti, non sarà mai immune dal dolore e libero di seguire il piacere ed il contenimento auto-coercitivo delle pulsioni genererà frustrazioni che altro non sono che divieti imposti dall'esterno alla volontà individuale.

Tali negazioni saranno però gradualmente interiorizzate e rielaborate dal Super - Io, che gioca quindi un ruolo fondamentale per il mantenimento ed il proseguimento della civiltà stessa.

Da tutto ciò deriva necessariamente che il fondamento della morale di natura è essenzialmente istintuale ed è principalmente l'utilizzazione dell'energia libidica per reprimere le stesse pulsioni. Il fondamento della civiltà è allora la rinuncia della libertà delle passioni e dell'aggressività. Tale contenimento forzato prevede un forte dispendio di energie ed il fatto che le pulsioni aggressive sono rivolte contro il proprio essere, dando così luogo, inevitabilmente, e differentemente non potrebbe essere, al senso di colpa.

Prof. Ivo Mandarino                                    

mercoledì 12 giugno 2019

Talete (640 a.C. o 624 ca a.C. - 547 ca a.C.) fu il primo filosofo: parola di Aristotele (384 a.C - 322 a.C.)

Pillola di cultura: Aristotele su Talete di Mileto e considerazioni su altri filosofi

Lo disse e lo scrisse, lo ripeté e lo sottolineo' lo stesso Aristotele: Talete di Milete fu - senza ombra di dubbio - il primo filosofo poiché cercò di individuare un principio primo da cui discendesse ogni cosa, da cui tutto avesse origine primigenia, da cui tutto fosse legittimato e garantito nelle sue caratteristiche prime e di veracita', un principio primo garante di tutto e legittimante l'essenza dell'essere e dei suoi attributi e principi primi.

Nella scuola ionica, di cui fu fondatore, attese ai suoi studi che, partendo proprio dall'esperienza pratica permettevano di riunificare tutto sotto il principio primo, concettuale e da cui tutto deriva, tramite le cui manifestazioni concrete è possibile risalire e rinvenire le sue caratteristiche quale fondamento di ogni cosa.
Di ogni cosa materiale ed immateriale, visibili ed invisibili, astratte concettuali e concrete materiali.

Ed in effetti, Talete - che individuo' con straordinario acume quale arche' (principio di tutto) l'acqua che veramente è garante della vita concreta, materiale, corporea e dove non vi è, vita appunto, non esiste è il principio vitale di qualsivoglia forma di vita vegetale, animale, umana, insomma dalla più semplice alla più complessa.

Grazie alle sue osservazioni pratiche per le quali si avvalse di discipline quali la geometria "in primis", la matematica ed altre scienze, a quei tempi non così scisse e suddivise (tanto che noi lo ricordiamo anche negli studi scientifici, come avviene per molti filosofi del resto, quasi coevi od anche posteriori, per i teoremi geometrici che lo riguardano).

Questo modus proseguì nei secoli, fino a quando le varie discipline non assunsero uno statuto epistemologico proprio ed infatti fino a circa tutto il 1700 e parte del 1800 i filosofi erano visti anche come scienziati e così percepiti in modo indistinto.

L'origine di ciò ha un nome, ovvero corrisponde ad un uomo: Talete di Mileto, anche secondo l'autorevole parere di Aristotele che, al di là di obiettivi ed incontestabili errori scientifici e di valutazione, dovuti anche all'epoca, ai tempi, ed anche al suo essere proprio dotato - per contro - di grandi virtù, capacità e fu creatore di un sommo sistema di categorizzazione che lo portò a dare un contributo immenso alla storia culturale dell'umanità tra ampie contraddizioni che lo fecero uno dei più grandi cervelli insieme, per fare dei nomi a Kant ed Hegel, e lo portarono, come Descartes, lo stesso Leonardo ed altri, a grandi scoperte come pure ad errori, del resto perfettamente comprensibili se contestualizzabili.

E contestualizzabili e contestualizzati lo devono certamente essere...

Prof. Ivo Mandarino